È responsabile l’ecografista che diagnostica una normalità morfologica quando, in realtà, gli strumenti a sua disposizione non gli consentono una visione del feto nella sua interezza, in quanto è preciso obbligo del medico informare la futura madre della possibilità di ricorrere a centri più specializzati.

Questo è quanto ha precisato la Corte di Cassazione in una recente sentenza (n. 30727/19) che ha tratto origine da un caso in cui i genitori avevano chiamato in causa l’ecografista che non aveva diagnosticato una malformazione al volto del figlio, in quanto al momento dell’ecografia il feto era girato e dunque non poteva essere visto in modo chiaro. In particolare, la Corte richiama la responsabilità del debitore qualificato, ai sensi dell’art. 1176, II co. C.c., deducendo che in caso di pazienti con sintomi aspecifici, il medico è obbligato a prendere in considerazione tutti i possibili significati, senza trascurarne nessuno, e a segnalare le alternative ipotesi diagnostiche. Pertanto, nel caso di specie, non avendo avuto la possibilità di considerare tutte le possibili patologie, non potendo esaminare il feto nella sua interezza, avrebbe dovuto informare la paziente della possibilità di ricorrere a centri con un più elevato livello di specializzazione.

In caso di errore medico che abbia determinato un danno, anche solo parzialmente invalidante, i parenti del danneggiato hanno diritto al risarcimento del danno derivante dal dolore per la menomazione del proprio caro, nonché dal peggioramento della qualità della vita conseguente alla necessità di prestare assistenza. A nulla rileva che l’assistenza sia prestata da una sola o più persone. Questo è quanto recentemente affermato dalla sentenza n. 28220/19 della Corte di Cassazione, che ha altresì precisato che la prova può essere desunta anche solo dalla gravità del danno, purché indicata nell’atto introduttivo del giudizio. E riprendendo un precedente del 2017, ha ribadito che “deve essere cercata anche d’ufficio, se la parte abbia dedotto e provato i fatti noti dai quali il giudice, sulla base di un ragionamento logico-deduttivo, può trarre le conseguenze per risalire al fatto ignorato“.

IQuesto il contenuto di una recente sentenza della Corte di Appello di Catania (23 aprile 2019 n. 924), che ha richiamato peraltro un già consolidato orientamento delle Sezioni Unite in virtù del quale viene ritenuto pacifico che la mancata convocazione di uno dei comproprietari in assemblea condominiale comporta un vizio di annullabilità della delibera assembleare adottata in tale sede.

Grava, perciò, sull’amministratore l’onere di aggiornare l’anagrafe dei condomini accertando quale sia il regime patrimoniale tra i coniugi, onde far pervenire ai medesimi le rispettive convocazioni.

Non basta infattti ad evitare l’annullabilità né “l’effettuazione dell’avviso di convocazione nei confronti del coniuge convivente e la concreta ricezione di tale avviso da parte del primo (in quanto, a norma degli artt. 1136, comma sesto, c.c. e 66, comma terzo, prima parte, disp. att. c.c.,”l’assemblea non può deliberare, se non consta che tutti gli aventi diritto sono stati regolarmente convocati”, e l’avviso di convocazione deve essere comunicato “a mezzo di posta raccomandata, posta elettronica certificata, fax o tramite consegna a mano”), né l’avvenuta partecipazione del predetto coniuge all’assemblea condominiale (in quanto egli non ha manifestato, in quella sede, la sua eventuale qualità di rappresentante della moglie e, inoltre, non risultava provvisto della delega scritta[…])”.

Annullamento che, comunque, può essere richiesto solo dalla parte nei cui confronti è stabilito dalla legge, e quindi nel caso di specie, da parte del coniuge comproprietario non regolarmente convocato.

Una recente sentenza della Corte d’Appello di Firenze evidenzia che l’art. 1136 c.c. stabilisce che “l’assemblea non può deliberare se non consta che tutti i condomini sono stati invitati alla riunione” ed anche l’attuale art. 66 disp. att. c.c. prevede che “in caso di omessa, tardiva o incompleta convocazione degli aventi diritto, la deliberazione assembleare è annullabile, ai sensi dell’art. 1137 c.c. su istanza dei dissenzienti o assenti poiché non ritualmente convocati“. Pertanto, alla luce di tali disposizioni è sicuramente annullabile la delibera presa all’esito di una convocazione irrituale. Nessuna prova deve essere fornita dal condomino che impugna al delibera “atteso che tale pregiudizio è in re ipsa e consiste nel fatto che a costei è stato impedito di partecipare all’assemblea condominiale, di esprimere in quella sede le proprie ragioni e, quindi, concorrere con il proprio voto alla formazione della volontà assembleare“. Neppure è rilevante il fatto che il condomini non dimostri di essersi recato nel luogo stabilito per la convocazione.

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