Lo ha statuito la Corte di Cassazione in una recente pronuncia, la n. 27682 del 2021 in tema di responsabilità professionale medica. Integrerebbe, dunque, l’esistenza di un danno risarcibile anche l’omissione da parte del medico della diagnosi al paziente di un processo morboso terminale.

Essa, infatti, nega al paziente sia di essere messo nelle condizioni di poter scegliere cosa fare nell’ambito delle conoscenze offerte dalla scienza medica del momento per garantirsi la salute o ricorrere a trattamenti lenitivi fino all’esito infausto, sia di programmare il suo essere persona, e quindi le sue attitudini psico fisiche in vista di quell’esito, anche ai fini della mera accettazione della propria condizione.


La violazione di questo diritto di determinarsi liberamente nella scelta dei propri percorsi di vita, determinata dal colpevole ritardo diagnostico, deve essere tenuta distante dalla perdita di chances, connessa invece allo svolgimento di specifiche scelte di vita che non si sono potute compiere: essa infatti rappresenta la lesione di un bene di per sé autonomamente apprezzabile, tale da non richiedere neppure l’assolvimento di alcun onere di allegazione probatoria da parte del danneggiato, potendosi pervenire ad una liquidazione del danno in via equitativa.


Pertanto, in caso di colpevole ritardo nella diagnosi di patologie ad esito infausto, si deve ritenere che i danni di cui può essere chiesto il risarcimento siano al contempo il pregiudizio all’integrità fisica del paziente, la perdita di chance di guarigione, e anche la lesione del diritto
di autodeterminarsi inteso come la perdita di un ventaglio di opzioni con le quali scegliere come affrontare l’ultimo tratto del proprio percorso di vita.

Negli ultimi mesi le indicazioni dell’Aifa sull’utilizzo del vaccino AstraZeneca sono cambiate più volte: dapprima veniva autorizzato solo per soggetti di età compresa entro i 55 anni, poi sospeso in attesa del parere dell’Ema (European Medicines Agency) dopo alcuni episodi di trombosi, quindi raccomandato per gli over 60. L’Aifa stessa è arrivata ad indicare/consigliare il farmaco per i più giovani ritenendo “un utilizzo preferenziale dei vaccini a RNA (Pfizer o Moderna) nei soggetti più anziani e/o più fragili” e “un utilizzo preferenziale del vaccino AstraZeneca, in attesa di acquisire ulteriori dati, in soggetti tra i 18 e i 55 anni, per i quali sono disponibili evidenze maggiormente solide”. Poi invece le cose sono cambiate e il vaccino in questione viene raccomandato per i soggetti over 60 dal Ministero della Salute: “sulla base delle attuali evidenze, tenuto conto del basso rischio di reazioni avverse di tipo tromboembolico a fronte dell’elevata mortalità nelle fasce di età più avanzate si rappresenta che è raccomandato un suo uso preferenziale nelle persone sopra i 60 anni. Chi ha già ricevuto una prima dose Vaxzevria, può completare il ciclo col medesimo vaccino”. Successivamente, l’Aifa ha precisato anche che “la sicurezza della somministrazione di AstraZeneca nei soggetti di età inferiore a 60 anni rimane un tema ancora aperto e sul quale vi sono margini di incertezza”.

È dunque evidente che in merito all’utilizzo dl sopraindicato vaccino, a differenza degli altri impiegati, si sia generata una confusione a livello informativo da parte dello Stato ed, in particolare, del Ministero della Salute. Tale situazione può aver determinato o determinare nei soggetti che hanno ricevuto una o due dosi, oppure la cosiddetta vaccinazione eterologa, uno stato di stress e paura, un patema d’animo che può costituire un danno risarcibile. Detto danno morale deve essere certificabile, ovvero supportato da documentazione medica del curante o dello psicologo e, solo in questo caso, potrà dare diritto a chi lo ha sofferto di agire in sede amministrativa (TAR) o in sede civile, al fine di ottenere il risarcimento del danno subito. Le azioni non saranno nei confronti della ditta farmaceutica produttrice del vaccino, ma nei confronti dello Stato italiano ed in particolare del Ministero della Salute per aver dato le indicazioni discordanti sopra indicate.

Resta inteso che chi ha subito danni biologici, permanenti o temporanei, potrà agire in sede civile secondo le regole ordinarie in ambito di responsabilità medica, per il risarcimento degli stessi, sulla base della documentazione medica e della relazione medico legale che verrà elaborata.

Si ricorda infine l’indennizzo previsto dalla Legge 201/92 a carico dello Stato per essere stato sottoposto a vaccinazione da cui è derivata la menomazione psicofisica permanente.

In entrambi i casi sopra indicati, trattandosi di danno biologico, l’azione potrà essere esperita a prescindere dal vaccino ricevuto, non essendo collegato alla contraddittorietà di indicazioni cui si accennava prima.

Chiarita e ribadita l’importanza della campagna vaccinale, si sono voluti sopra illustrare i rimedi in caso di danno sofferto in conseguenza della vaccinazione.

Il caso nasce da un decreto ingiuntivo nei confronti di un consumatore che molti anni prima acquista un divano, optando per un pagamento rateale. Pertanto, il negoziante fa sottoscrivere all’acquirente i moduli predisposti dalla Finanziaria, nei quali è compresa l’apertura di una linea di credito mediante carta revolving. Si tratta di una carta grazie alla quale il cliente ha a disposizione una somma di denaro da utilizzare a piacere, in un’unica volta o in più occasioni, che può restituire con comodi rimborsi mensili. Quando la usa la sua disponibilità diminuisce, ma si ripristina automaticamente a ogni rimborso di rata. Ogni rata comprende una quota capitale e una quota interessi. La quota capitale va a ripristinare il credito disponibile ma la quota interessi, per effetto di un complesso meccanismo moltiplicatore mensile, determina una spirale difficile da controllare.

Tornando al nostro consumatore, egli utilizza la carta per diversi anni, con l’applicazione di importanti tassi di interesse che nel tempo fanno maturare un debito nei confronti della Banca. Decide quindi di saldare il dovuto e restituire la carta, ma la Banca richiede ulteriori pagamenti, che sfociano in un decreto ingiuntivo.

Gli avvocati Magosso e Verdino oppongono il decreto ingiuntivo, sollevando eccezioni in merito alla nullità del contratto sotto molteplici profili. Finalmente la sentenza dello scorso 25 marzo del Giudice di Pace di Padova conclude la vicenda, dichiarando la nullità del contratto relativo alla carta di credito revolving, poiché trattasi di “un’attività di credito complessa e onerosa” integrante servizio di attività finanziaria che, in quanto tale, non può essere esercitata dal negoziante al momento della vendita del bene (nella fattispecie un divano).

La sentenza risulta molto importante per la tutela dei consumatori che spesso, inconsapevolmente, si trovano di fronte a contratti ben diversi e molto più onerosi rispetto a quelli che credono di sottoscrivere.

Lo svolgimento delle assemblee di condominio deve riteresi, al momento attuale, pienamente legittimo.
Già infatti prima dell’ultimo intervento normativo in materia, le assemblee di condominio non rientravano nel novero delle riunioni vietate, in quanto aventi connotazione eminentemente economica: si consideri infatti che esse svolgono un importante ruolo nella filiera dei servizi di fornitura di energia elettrica, edilizia, approvigionamento idrico, configurandosi, pertanto, come necessarie per assicurare la vivibilità e la prosecuzione del funzionamento dei condomini stessi.
Tale situazione ha trovato conferma nell’ultimo D.P.C.M., entrato in vigore il 14 gennaio 2021, ove è espressamente consentito lo svolgimento delle riunioni private, addirittura in presenza, essendone solo fortemente raccomandato lo svolgimento in modalità a distanza.
Risulta infatti possibile, a seguito della modifica dell’articolo 66 delle disposizioni di attuazione al codice civile, avvenuta ad opera dell’art. 5 bis comma 1 del D.L. 7 ottobre 2020, n. 125, convertito in legge 27 novembre 2020 n. 159, previo consenso della maggioranza dei condòmini, che l’assemblea si svolga in video conferenza, riducendo così fortemente l’esposizione dei condomini al rischio di contagio. Tale possibilità, essendo prevista da una norma di legge, prevale su qualsiasi disposizione per la convocazione dell’assemblea prevista dal regolamento di condominio, anche se di natura contrattuale.
In alternativa, per la convocazione delle assemblee in presenza, rimane sempre necessaria l’adozione delle precauzioni sul distanziamento, e dei dispositivi di protezione e di disinfezione.
L’amministratore di condominio e il proprietario che viene nominato presidente dell’assemblea devono, tuttavia, essere consapevoli che, nel caso di contagio, devono rendere conto di aver condotto la riunione in presenza nel modo dovuto.

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