La Corte di Cassazione con la recente ordinanza n. 14471/2022 del 16.2.2022 si è pronunciata sulla natura della responsabilità della struttura sanitaria nei confronti dei parenti del paziente danneggiato (o deceduto), quando invocano il risarcimento di danni subiti iure proprio, affermando la natura extra contrattuale della stessa.

E’ pacifico, infatti, che la responsabilità della struttura sanitaria per i danni invocati iure proprio dai congiunti di un parente danneggiato o deceduto è qualificabile come extracontrattuale”.

La struttura sanitaria, dunque, è responsabile contrattualmente solo verso il pazientenon verso i parenti.

Pertanto, i congiunti devono tener presente che non possono avvalersi del termine di prescrizione di 10 anni previsto per la responsabilità sanitaria di tipo contrattuale dovendo, invece, chiedere il risarcimento dei danni da loro subiti nel rispetto del termine di prescrizione di 5 anni.

Lo scorso 27 aprile, la Corte Costituzionale, riunita in camera di consiglio, ha esaminato le questioni di legittimità costituzionale sulle norme che regolano, nell’ordinamento italiano, l’attribuzione del cognome ai figli.

In particolare, la Corte si è pronunciata sulla norma che non consente ai genitori, di comune accordo, di attribuire al figlio il solo cognome della madre, e su quella che, in mancanza di accordo, impone il solo cognome del padre, anziché quello di entrambi i genitori: tali norme sono state dichiarate illegittime per contrasto con gli articoli 2, 3 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione agli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

(altro…)

Il Decreto Sostegni Ter pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 27 gennaio allo scopo di aiutare le imprese in difficoltà a causa dell’emergenza sanitaria, si è occupato anche dello stanziamento di fondi per 50 milioni di euro per l’anno 2022 a favore di chi ha subito lesioni o menomazioni permanenti a causa del vaccino anti Covid. In particolare, ha previsto l’introduzione all’interno della Legge 210/92 (norma di riferimento per danni da vaccinazioni) di un articolo che prevede che l’indennizzo spetti “alle condizioni e nei modi stabiliti dalla presente legge, anche a coloro che abbiano riportato lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psico-fisica, a causa della vaccinazione anti Sars-CoV2 raccomandata dall’autorità sanitaria italiana”.

Come si propone la domanda

Innanzitutto, sarà necessario provare di aver subito lesioni così gravi da aver causato una menomazione permanente dell’integrità psicofisica, e provare che il danno subito è stato conseguenza del vaccino somministrato.

In presenza di questi presupposti, la domanda dovrà essere presentata alla propria Regione di residenza, inviando la documentazione alla ASL regionale di competenza del territorio in cui il cittadino risiede. Il termine per la presentazione è di tre anni da quando l’avente diritto ha avuto conoscenza del danno; in caso di decesso del danneggiato, connesso con patologie conseguenti la titolarità dell’indennizzo, gli aventi possono presentare domanda entro il termine di 10 anni dalla data del decesso.

La ASL, ricevute la domanda e la documentazione necessaria, avvierà l’istruttoria verificando la completezza di quanto inviato dal cittadino. Successivamente invierà la documentazione alla Commissione Medica Ospedaliera che convocherà il cittadino per la visita.

Infine, la CMO confermerà o meno l’esistenza del nesso causale tra il danno ricevuto dal cittadino e il vaccino Covid, la gravità dello stesso e la tempestività della domanda, in un verbale che verrà inviato all’interessato. In caso di rigetto sarà possibile, entro 30 giorni, fare ricorso al Ministero della Salute.

Lo ha statuito la Corte di Cassazione in una recente pronuncia, la n. 27682 del 2021 in tema di responsabilità professionale medica. Integrerebbe, dunque, l’esistenza di un danno risarcibile anche l’omissione da parte del medico della diagnosi al paziente di un processo morboso terminale.

Essa, infatti, nega al paziente sia di essere messo nelle condizioni di poter scegliere cosa fare nell’ambito delle conoscenze offerte dalla scienza medica del momento per garantirsi la salute o ricorrere a trattamenti lenitivi fino all’esito infausto, sia di programmare il suo essere persona, e quindi le sue attitudini psico fisiche in vista di quell’esito, anche ai fini della mera accettazione della propria condizione.


La violazione di questo diritto di determinarsi liberamente nella scelta dei propri percorsi di vita, determinata dal colpevole ritardo diagnostico, deve essere tenuta distante dalla perdita di chances, connessa invece allo svolgimento di specifiche scelte di vita che non si sono potute compiere: essa infatti rappresenta la lesione di un bene di per sé autonomamente apprezzabile, tale da non richiedere neppure l’assolvimento di alcun onere di allegazione probatoria da parte del danneggiato, potendosi pervenire ad una liquidazione del danno in via equitativa.


Pertanto, in caso di colpevole ritardo nella diagnosi di patologie ad esito infausto, si deve ritenere che i danni di cui può essere chiesto il risarcimento siano al contempo il pregiudizio all’integrità fisica del paziente, la perdita di chance di guarigione, e anche la lesione del diritto
di autodeterminarsi inteso come la perdita di un ventaglio di opzioni con le quali scegliere come affrontare l’ultimo tratto del proprio percorso di vita.

TORNA SU